Brevi interviste con pendolari schifosi

Brevi interviste con pendolari schifosi

— Non mi siedo più, no, a meno che la carrozza non sia vuota. Se c’è qualcuno, anche se ci sono posti liberi, resto in piedi da solo e non parlo con nessuno. Non so perché lo faccio. Non mi interessa la politica, né la storia recente del nostro Paese, che vada allo sfascio, per quanto mi interessa. Non sono uno di quelli da tablet e politica, capisce, quei fighetti sempre connessi a internet, che leggono i feed de Il Post, ‘Chi è Gianni Cuperlo’, ‘Come funziona il sistema elettorale bavarese’, ‘Il Vivalto e la lombosciatalgia’, articoli del genere. Non me ne frega niente. Sono lì che parlo con i miei compagni di viaggio, io sul treno sono un tipo socievole, non ho mai faticato a stringere amicizie. E succede. Schiumo. Bava, sì. Un dottore, perché sono andato da un dottore, l’ha diagnosticata come una sindrome idrofobica da rabbia repressa, dice che non è rara tra i pendolari. Ma è quello che succede dopo che mi imbarazza da morire. Questa dice che si chiama coprolalia, così si chiama. L’impulso di usare espressioni oscene. Ma io non grido oscenità, almeno non credo. Mi viene fuori questa frase che, lo ammetto, è strana, è strana. È questa frase che crea il vuoto intorno a me, non è la bava, io lo vedo da come muovono gli occhi gli altri abbonati quando mi esce dalla bocca mentre sbavo.
D.
— “Rispetto per Arnaldo Forlani”. Ma forte, la urlo. Come un invasato. In quel momento vorrei sparire, non mi spiego perché lo faccio. Mi succede solo se sono sul treno. Non me ne frega niente di Forlani. Mi dica lei qual è la relazione dell’umore di Forlani con un regionale delle sette e otto. Dico, anche ammettendo che io soffra di questa maledetta idrofobia. Se lo ricorda, lei, Forlani che spuma in diretta televisiva? Non se lo ricorda nessuno, non me lo ricordavo neanche io, fino a quando quella mattina non mi è venuto fuori dalla bocca. Incontrollabile. E ho continuato a ripeterlo, viaggio dopo viaggio, vagone dopo vagone, pendolare dopo pendolare. Lo urlo, capisce? “RISPETTO PER ARNALDO FORLANI!”
D.
— No.
D.
— Nello spazio del mantice. Non c’è mai nessuno, così mi proteggo dall’imbarazzo che rischio di autoinfliggermi.
D.
— Ha mai provato un sedile del piano rialzato del Vivalto? Non è che sia poi così scomodo viaggiare sulla passerella.
D.
— Ci ho rimesso tutte le relazioni sociali, certo. Le uniche, poi, perché sul lavoro e nella vita sono contrario ai rapporti umani. Ma no, non mi siedo e non parlo più con nessuno sul treno, gliel’ho detto. Mi isolo. Le prime volte ho provato a spiegare, il dottore, la sindrome, l’impulso incontrollato, ma lo capisco dallo sguardo, simulano comprensione, non ti preoccupare sembra che dicano, ma sono inquietati, e lo sarei anche io da uno che mi gridasse in faccia “Rispetto per Arnaldo Forlani” mentre sbava, e al diavolo tutte le ragioni cliniche del caso, la compassione, la solidarietà, il tatto, io neanche mi sforzerei di comprendere, lo eviterei e basta, che il politicamente corretto mi manda ai matti.